_se invece di scorrere mi attorciglio
ortensia

Aspettando Godot

gennaio 13th, 2012 Posted in buio | 2 Comments »

Sto solo cercando di capire cosa ho sbagliato e continuo a sbagliare.
Perché non può essere tutto casuale questo turbine, precipizio.

Devo pensare.
Pensare se dire, se fare.
E’ il fegato non mi regge più.
E la faccia mia non la reggo io.

Pensare.
Ma poi intanto è sempre così, la sbaglio comunque.
Faccio ordine ma poi un colpo di vento rimescola le carte.
E mi domando se le avevo riordinate davvero.
Perché tutto è uguale a prima.
Sono solo tanto più stanca.

Vaffanculo.
La verità è che sono già arresa.
Ma in fondo chi se ne fotte.

Io non sono fatta per questi giochi di società.
Forse semplicemente sono fatta per giocare da sola.
Correre da sola, parlare da sola, ballare da sola, ridere e piangere da sola.
Io non dormo la notte pensando a come potrei far meglio qualcosa che faccio bene.
Io non dormo la notte pensando a errori che non trovo.
Io non dormo la notte ripensando alle parole ascoltate e a quelle non dette. A cosa vogliono dire e a cosa potrebbero voler dire. A un pezzo di canzone, una strofa, una poesia.
E le parole sono il mio rifugio. Così se mi scivolano dalle mani anche loro non sono più nessuno.
Io non dormo la notte e mi manca l’aria e ho l’asma per quello che non ho più, per quello che perdo, per quello in cui credo e non esiste.
Non dormo e costruisco discorsi, risposte, ansie. Scrivo, cancello, riscrivo. Riassumo le cose da fare. Cerco.
O forse sì, aspetto Godot probabilmente.

Ho i lividi e sono stanca.

Non combatto.
Alle ingiustizie sono assuefatta. Le accetto quasi, ormai.
Ma l’onestà, quella costa.

Scrivere davvero

gennaio 6th, 2012 Posted in Tamagotchi | No Comments »

L’Anna con i suoi tre anni e il musino strafottente si sveglia con “i ricci nelle mutande” incazzosa e polemica (e mi ricorda qualcuna..).
Poi pian piani le passa, prende un foglio e i pennarelli per fare un disegno e si mette al tavolino.

Dopo un po’ chiama la nonna: “Nonna, vieni a vedele, ho critto Anna! ”

E l’aveva scritto davvero! :-O

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Diventare “un po’ grande”

gennaio 2nd, 2012 Posted in Tamagotchi | 3 Comments »

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Lo avevo scritto qui: l’Anna che alla sera si addormenta addosso a me e io che la respiro e assaporo l’abbraccio.
Il vizio mio e suo.
Il calore scambiato.

Oggi comincia il nuovo anno e lei ha voluto lasciare il lettino per il letto grande.
E ha voluto andare a dormire da sola.
Buonanotte, bacino e l’ho lasciata lì.

Il topobambino era agitato, si è alzato ed è venuto in sala: “Ce l’ha fatta?” Mi ha chiesto.
Siamo andati a vedere.
E lei si era addormentata.

Era stanca, è vero.
Chissà se è questo, chissà se domani tornerà indietro. Ma stasera mi ha lasciato ed è andata.

E’ diventata “un po’ grande” come dice lei, dove “un po’” è lo spiraglio che si lascia aperto, lo so.

Ma io più che orgogliosa e felice stasera mi sento un po’ persa e smarrita.

Domande esistenziali della sera

novembre 22nd, 2011 Posted in Tamagotchi | No Comments »

Pecché quando è buio si domme?
Pecché dopo il buio è domani?
Pecché abbiamo poche dita?
Chi ci ha dato le mani?
Cosa fa il fuoco quando non bucia?

E pecché stasela non guaddiamo lo pettacolo di Fiolello che fa lidele?

L’alluvione da qui

novembre 7th, 2011 Posted in buio, cronaca | 3 Comments »

Comunque finirà, quando finirà, non dimenticherò questi giorni.
Da una parte la Liguria, la mia Liguria, martoriata e offesa da fango e acqua; dall’altra questa eterna sensazione di impotente attesa, questa tensione continua a scrutare il cielo, ascoltare il rumore della pioggia, misurare l’acqua che cade.
All’improvviso non c’è altra notizia importante, non c’è differenza tra notte e giorno. All’improvviso hai solo paura di quello che vedi, hai paura che la rabbia dell’acqua possa colpire anche qui. E guardare le immagini di Genova, rivedere il fango che sommerge le Cinque Terre e la Val di Vara ti fanno solo sentire immerso in questo vortice di disastro dal quale,  ogni minuto che passa, sembra impossibile uscire.

Ho avuto paura e ho paura.
Punto un’ora e ne faccio la scadenza della mia ansia ma quest’ora continua a sfuggirmi, la fine dell’allerta slitta continuamente e non arriva mai.
E’ un po’ come un incubo dal quale non ci si riesce a svegliare.

Mentre scrivo è notte, diluvia e non smette, tuona e temo che tutto arrivi anche qui questa volta. I bambini dormono di là e per loro è tutta la mia ansia.
La mia casa appesa alla montagna sul mare sta aggrappata alla terra.
E intanto l’acqua cade e scorre.
E ora le ferite di questa Liguria mi bruciano addosso.
L’impotenza è quella cosa che ti fa pulire i canali, liberare i solchi di deflusso per l’acqua, pulire le griglie e i tombini. Quella cosa che ti fa controllare il letto del torrente che ti passa vicino, che ti fa togliere foglie e erba accumulate. E quando hai fatto tutto quello che devi, che puoi fare, ti fermi e aspetti. Perché tanto sai che potrebbe non servire a nulla, potrebbe non bastare se il cielo decide di mandare giù l’acqua che ha mandato a Monterosso o a Brugnato.
In questa terra verticale di ruscelli corti e ripidi contano le frazioni di secondo e le frazioni di secondo non bastano, non danno il tempo neppure di stupirti.

Io questi giorni non li dimenticherò. Per le ferite che la mia terra si porta addosso, per le storie, le tragedie, gli attimi che salvano e che uccidono.
Per le braccia che lavorano giorno e notte, per le immagini che scuotono e che non possono non restarti addosso, per il cielo nero, viola cupo che ho scrutato e scruto senza tregua.
Per la paura. Paura di una pioggia che non si ferma, di un cielo che non si apre, di messaggi di allarme ripetuti ai megafoni.
Aspettare, aspettare, aspettare.
E la voglia, il bisogno inutile di urlare “Basta!”.

della volpe, del gallo, dell’oca e degli uomini

ottobre 11th, 2011 Posted in nella vecchia fattoria | 1 Comment »

C’erano una volta un gallo, un’oca, una volpe e una famiglia di umani.

Una notte la volpe arrivò alla casa degli umani: c’era un bel pollaio pieno di galline, un recinto con due oche e due capre, ogni ben di Dio insomma.

La volpe cominciò a prendere l’abitudine di passare ogni notte a dare un’occhiata. Arrivava, faceva un giro, studiava la situazione, lasciava qua e là qualche segno del suo passaggio e se ne tornava da dove era venuta.

Finché una sera gli umani chiusero il pollaio e dimenticarono fuori un gallo che si era attardato razzolando nei prati.

Ora, non è che il gallo di suo godesse di ottima forma eh; diciamo che era un po’ zoppicante.
La volpe passò quella notte e si prese il premio per la sua costanza.
E ciaociao gallo.

Succede eh, succede che la volpe si rubi una gallina. Fa parte della legge della natura.

Il fatto è che qualche sera dopo la volpe in un suo giro di perlustrazione decise di giocarsi la carta più difficile: violare il recinto delle oche.
Perlustrando il perimetro trovò un punto in cui la rete era leggermente sollevata: con un abile lavoro di forzatura sgattaiolò dentro e – immagino – sorprese alle spalle una delle due oche.
Non l’afferrò al collo, per cui questa iniziò a starnazzare come una pazza. La famiglia degli umani dormiva profondamente e non si accorse di nulla ma i vicini, già svegli, sentirono il baccano e arrivarono di corsa.
La volpe fu sorpresa con l’oca nelle sue grinfie e si prese una mazzata sulla schiena, mollò la preda e scappò nei boschi.
La povera oca ansimava di terrore ma era salva. Si fece coccolare come una bambola, accarezzare. Tutto tornò alla normalità.

La famiglia degli umani alzò il livello di sorveglianza.
Fu deciso che al calare del buio le oche, che fino a quel momento  la notte razzolavano libere nel loro recinto, sarebbero state chiuse nella casetta di legno. Nanna al coperto insomma.
Nel frattempo fu riparata la rete di recinzione, furono bloccati i punti in cui la rete era più mobile, vennero sistemati tronchi alla base di tutto il recinto.

E la vita riprese con queste nuove abitudini.
Ma l’oca è oca, la volpe è furba e gli uomini sono presuntuosi e troppo sicuri di sé.

Passavano le notti e della volpe non c’era più traccia.
Gli uomini pensavano:”le bastonate l’hanno spaventata“, “con il recinto così chiuso non può più entrare“, “ha imparato la lezione
E come spesso succede abbassarono la soglia di attenzione.

Una notte non chiusero le oche nella casetta. “Fa caldo – dissero – a loro piace star fuori, il recinto è sicuro, la volpe non torna”
E la notte effettivamente trascorse tranquilla.

Ma la volpe non si chiama volpe per niente.
E non per niente si dice “furbo come una volpe” e non “furbo come un uomo”.

La notte seguente le oche dormivano prendendo il fresco nel loro recinto.
La volpe arrivò. Scavò un buco sotto la rete ma non riuscì a entrare.
Riprovò in un altro punto e non riuscì nemmeno lì.

Ancora ora non si capisce da dove sia passata.
Fatto sta che in un modo o nell’altro riuscì ad entrare nel recinto.
E questa volta non balzò a caso sull’oca ma l’afferrò al collo subito. Perciò l’oca non fece in tempo a liberare nemmeno una starnazzata.
(e gli altri animali immagino stessero rintanati in un angolo al buio senza emettere un fiato).

Poi vabbè, portarla fuori dal recinto fu un’impresa che non riuscì neppure alla volpe; in qualche modo uscì dal recinto e da fuori cercò di tirarsi dietro l’oca che essendo di dimensioni ragguardevoli si incastrò nella rete; tirando ‘sta povera oca con forza, la volpe ruppe la griglia in due punti ma non fece un buco abbastanza grande.
Morale “tira che ti ritira” come nel gioco del tiro alla fune la testa dell’oca si staccò dal collo e quello fu l’unico trofeo che la volpe si portò via.

Risparmio il racconto della scena splatter del mattino.

Così adesso chiudiamo le caprette e l’oca sopravvissuta nella casetta la notte.
Le chiudiamo per sicurezza, perché insomma non si sa mai.
Anche se ora sono tre notti che della volpe non c’è traccia.

La volpe è volpe, l’oca è oca e  gli uomini sono uomini.

Ora che ci penso, stanotte ci siam dimenticati e oca e capre han dormito fuori.
Ma tanto non tornerà, sarà soddisfatta ormai del suo lavoro no? E poi non è neppure riuscita a portarsela via alla fine, la nostra oca…

L'oca Leo, il sopravvissuto

L'oca Leo, il sopravvissuto

In prima elementare

settembre 14th, 2011 Posted in emozioni, topobambino | 2 Comments »

E così è arrivato anche il tempo della scuola elementare.
Ha cominciato bene, sembra contento, la maestra è d’esperienza e per ora tutto fila liscio.

Ricordiamolo il 12 settembre.
Io non lo so, sto così.
Mi sento nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ma lui è bello nella sua allegria (per ora) e tra i suoi compagnetti.
Guida la fila dei bimbi perché è il più piccolino d’altezza.

E a vederli è un po’ come dice la nonna:
“son troppo piccini per andare a scuola!” :-)

L’ora di dirsi addio

agosto 31st, 2011 Posted in buio | 4 Comments »

Benni è nato nelle mie mani, primo di sei fratellini.
Sgusciato fuori dalla Nike che lo guardava perplessa e stranita è scivolato proprio nelle mie mani, sporco e avvolto nella placenta.
La Nike lo guardava e non osava toccarlo. Come non avesse capito cosa stesse succedendo e senza alcun istinto materno per quel cucciolo che tanto assomigliava a un topino.
La veterinaria era al telefono e diceva di tagliare la placenta se la mamma non si fosse messa a leccarlo: così l’ho tagliata delicatamente, con la mano che tremava per la paura di sbagliare e per il timore che fosse già morto perché era immobile come un pupazzo.

Avevo appena inciso la placenta che lui, Benni, ha cominciato a muovere le zampine e il muso, come un frullare d’ali.
“è vivo, è vivo!!!” gridavo.
E come per un richiamo della natura, la Nike ha preso a leccarlo tutto, fino a liberarlo della placenta.
Ed eccolo lì, piccolo che stava in una mia mano, tutta bagnato, due orecchie minuscole e il muso da mucca in miniatura.

Da quel giorno di ottobre sono passati tredici anni.

Potrei scrivere del tuo sguardo d’addio, tranquillo e rassegnato, quasi sereno. Del tuo cuore che rallenta e del tuo respiro che sparisce nel mio abbraccio come un abbandono, quasi fosse un momento quasi dolce, quello.
Delle lacrime potrei scrivere, del vuoto improvviso, del collarino tolto e messo via.
Ma no. Non è questo.

Con le mie mani ti ho preso nel mondo, tra le mie mani ti ho accompagnato nel sonno e ti ho chiuso gli occhi.
E’ buffo come per noi tu sia sempre rimasto un cucciolo, anche ora.

Solo una preghiera, quella che Marco sta portandosi nel cuore: se devi rinascere, torna qui.

…dopo il tuo ultimo sguardo sul mondo
non ti do pietra sul tuo corpo
perché pesante ti sembrerà
cercherò un albero giovane e forte
quello sarà il posto tuo
per ritornare anche dopo la morte
sotto quel cielo che dicon di Dio…

Io lo so che dormirai

agosto 29th, 2011 Posted in Canzoni di notte, buio | 2 Comments »

E’ mezzanotte.
La tua poltrona è blu.
Il mondo è pieno di dolore.
Il mio.
E io “dormi” non riesco a dirtelo.
Non ancora.

Il cuore che batte

agosto 18th, 2011 Posted in Tamagotchi, topobambino | 1 Comment »

Tamagotchi: mamma ma che cos’ho qui?
Io: è il cuore! Lo senti che batte? E’ il tuo cuoricino!
Tamagotchi: ma acche tu ce l’hai?
Io: e sì, ce l’ho anch’io
Tamagotchi: e acche papà? E acche macco?
Io: sì Anna, anche loro, tutti lo abbiamo
Topobambino: Sì sì Anna ce l’abbiamo tutti! Tutti tutti! Tutti tranne Dio e i marziani!
:-O