L’alluvione da qui
lunedì, novembre 7th, 2011 Posted in buio, cronaca | 3 Comments »Comunque finirà, quando finirà, non dimenticherò questi giorni.
Da una parte la Liguria, la mia Liguria, martoriata e offesa da fango e acqua; dall’altra questa eterna sensazione di impotente attesa, questa tensione continua a scrutare il cielo, ascoltare il rumore della pioggia, misurare l’acqua che cade.
All’improvviso non c’è altra notizia importante, non c’è differenza tra notte e giorno. All’improvviso hai solo paura di quello che vedi, hai paura che la rabbia dell’acqua possa colpire anche qui. E guardare le immagini di Genova, rivedere il fango che sommerge le Cinque Terre e la Val di Vara ti fanno solo sentire immerso in questo vortice di disastro dal quale, ogni minuto che passa, sembra impossibile uscire.
Ho avuto paura e ho paura.
Punto un’ora e ne faccio la scadenza della mia ansia ma quest’ora continua a sfuggirmi, la fine dell’allerta slitta continuamente e non arriva mai.
E’ un po’ come un incubo dal quale non ci si riesce a svegliare.
Mentre scrivo è notte, diluvia e non smette, tuona e temo che tutto arrivi anche qui questa volta. I bambini dormono di là e per loro è tutta la mia ansia.
La mia casa appesa alla montagna sul mare sta aggrappata alla terra.
E intanto l’acqua cade e scorre.
E ora le ferite di questa Liguria mi bruciano addosso.
L’impotenza è quella cosa che ti fa pulire i canali, liberare i solchi di deflusso per l’acqua, pulire le griglie e i tombini. Quella cosa che ti fa controllare il letto del torrente che ti passa vicino, che ti fa togliere foglie e erba accumulate. E quando hai fatto tutto quello che devi, che puoi fare, ti fermi e aspetti. Perché tanto sai che potrebbe non servire a nulla, potrebbe non bastare se il cielo decide di mandare giù l’acqua che ha mandato a Monterosso o a Brugnato.
In questa terra verticale di ruscelli corti e ripidi contano le frazioni di secondo e le frazioni di secondo non bastano, non danno il tempo neppure di stupirti.
Io questi giorni non li dimenticherò. Per le ferite che la mia terra si porta addosso, per le storie, le tragedie, gli attimi che salvano e che uccidono.
Per le braccia che lavorano giorno e notte, per le immagini che scuotono e che non possono non restarti addosso, per il cielo nero, viola cupo che ho scrutato e scruto senza tregua.
Per la paura. Paura di una pioggia che non si ferma, di un cielo che non si apre, di messaggi di allarme ripetuti ai megafoni.
Aspettare, aspettare, aspettare.
E la voglia, il bisogno inutile di urlare “Basta!”.
Il mare d’inverno
lunedì, novembre 29th, 2010 Posted in buio, cronaca | 1 Comment »Questa è una storia straziante cominciata circa dieci mesi fa.
E’ la storia di una ragazza, una donna dovrei dire.. ma aveva pressapoco la mia età e mi viene da dire ragazza.
Una mattina all’alba è uscita di casa e non è più tornata.
L’abbiamo cercata, abbiamo tappezzato i muri di volantini.
La mamma ha contattato subito la polizia.
Abbiamo subito pensato al peggio, al mare, a lei che si gettava nelle acque gelide. Avrebbe potuto farlo, lo sapevamo.
E abbiamo pensato che il mare avrebbe potuto restituirla, non qui magari ma nelle acque francesi, com’era già capitato con altri casi analoghi. Conosciamo le correnti che da queste coste portano sempre, spesso, laggiù.
Ma passavano i mesi e il silenzio era l’unica notizia. La polizia non aveva nulla mai da dire a una madre disperata.
E quando vince il silenzio, quel silenzio si anima di congetture. Una telefonata mai verificata, segnalazioni che ti appendono a una speranza.
In questa storia c’è una madre che per mesi regolarmente bussa alle porte delle forze dell’ordine e non ha risposte. E quelle che riceve hanno il sapore amaro di chi ha ben altro da fare e cerca in qualche modo di “liberarsi” di una scocciatura.
Mesi, giorni così.
Gli unici davvero vicini, presenti e soprattutto partecipi sono quelli della redazione di chi l’ha visto. Passano la segnalazione, la fotografia, i dati. Chiamano per sapere se ci sono nuovi elementi. Chiedono. Cercano. Ripassano la foto. Pubblicano l’appello sul sito.
E sono passati dieci mesi.
Questa storia ha un epilogo.
Ed è tragico ma non solo. E’ avvilente e fa rabbia.
Una settimana fa la redazione di chi l’ha visto contatta la mamma. La storia è un po’ più articolata ma cerco di farla breve.
La polizia francese ha trovato un corpo su una spiaggia di Saint Tropez.
Una scarpa, un paio di mutandine, una otturazione in un dente, un particolare della scatola cranica… tutto combacia.
E sarebbe un epilogo che avevamo considerato. Se non fosse che il corpo è stato trovato su quella spiaggia durante una mareggiata a marzo.
Sì, marzo scorso.
Due mesi dopo la scomparsa.
Otto mesi fa.
La polizia francese ha raccolto il corpo.
Ha fatto divulgare la notizia agli organi di stampa.
Ha fatto un appello per raccogliere segnalazioni.
Ha aperto un fascicolo e ha dedotto dalle marche degli indumenti che probabilmente si trattava di una donna italiana.
Ha fatto l’esame del DNA, una ricostruzione computerizzata del viso, ha raccolto tutti i dati e i risultati, ha contattato l’Interpol e ha inviato il fascicolo completo alle questure.
Ma nessuna questura ha mai incrociato i dati. Nessuno ha mai chiesto alla madre un esame del DNA. Nessuno forse ha mai aperto davvero quel fascicolo.
A nessuno ha mai mosso il cuore una madre dignitosa e disperata.
Era tutto lì, a portata di mano, forse tutto sullo stesso tavolo, mentre facevamo il giro dei conventi, mentre contattavamo i centri Caritas, mentre una madre si aggrappava a dubbi e domande.
La storia, raccolta adesso, ci dice che a giugno, dopo tre mesi di silenzio, i francesi hanno avuto il cuore di dare a quel corpo una degna sepoltura. E ora riposa in un cimitero francese, in una tomba con una lapide, i fiori, un nome inventato per darle una identità.
Dopo tutto questo silenzio, i francesi però non si sono dati per vinti.. loro no.
E hanno pensato di contattare l’ambasciata italiana.
E l’ambasciata italiana ha detto loro di contattare chi l’ha visto.
Proprio così.
E con quei dati in mano chi l’ha visto ha dato un nome a quel corpo.
Due ragazzi della redazione sono andati da quella madre.
Sono stati con lei e i parenti.
Li hanno accompagnati in Francia.
Li hanno assistiti.
Li hanno aiutati nelle pratiche, accompagnati nei diversi uffici, hanno fatto da interpreti.
Hanno dimostrato umanità, delicatezza e disponibilità davvero grandi.
Così come la polizia francese.
Umanità. Disponibilità totale.
Pietà anche, sì.
Quell’esame del DNA mai fatto qui lo hanno fatto i francesi alla mamma.
Che ora aspetta solo di riportare qui sua figlia, quando i risultati saranno ufficiali, quando si potrà.
Nello strazio di questa tragedia vissuta da vicino resta oltre al dolore la rabbia, tanta rabbia, per quell’unica risposta cercata e non avuta per mesi.
Per la superficialità, il distacco di chi la risposta l’aveva lì, in una busta, in una cartellina.
E non si è sentito smuovere di fronte alla disperazione di una madre.
Resta anche la riconoscenza per chi invece fa il suo mestiere ma lo fa mettendoci tutta l’umanità possibile. E’ così che un mestiere diventa un servizio.
E sono la redazione di chi l’ha visto, la conduttrice che ancora ora, ora che è tutto finito, chiama… e la polizia francese che tutto il possibile ha fatto per dare un nome, una identità a un corpo raccolto dal mare.
Questa è la storia che volevo raccontare.
Io adesso a guardare il mare dall’alto, scendendo da casa mia, penso a lei portata dalla corrente. Penso a lei che si abbandona. Penso all’acqua tutta intorno a lei.
Al mare che la abbracciava mentre noi fuori ci muovevamo nelle strade, attaccavamo volantini, seguivamo supposizioni.
Questo penso.
alluvione, dolcenera del 2010
mercoledì, ottobre 6th, 2010 Posted in cronaca, stanze di vita quotidiana | 2 Comments »avrei voluto andare in giro a scattare un po’ di foto per fermare con la mia macchina fotografica Cogoleto e Varazze ferite dall’alluvione, ma non sono riuscita.
è naturale che dopo quello che abbiamo visto il pensiero corra al 1970.
anche se non c’eravamo, non c’ero.
ma i racconti, quelli chiunque di noi qui li ha sentiti. da genitori, nonni, amici.
e le foto, i filmati in bianco e nero, anche quelli ci appartengono.
e ora ce li abbiamo qui, a colori. il fango e l’acqua scura che invadono strade, case, negozi, che portano via automobili, distruggono muri, sfondano porte come se tutto fosse fatto di cartone.
rotolano pietre come se fossero scatoloni vuoti.
è strano, in verità è come se tutto questo legasse di più la gente alla terra.
se la terra è offesa e ferita la sua gente la ama di più.
a casa nostra la strada era un fiume in piena.
il rio giasso trascinava giù pietre più grosse di lui.
le ha tolte Ste spaccandosi la schiena mentre dal cielo non smetteva di rovesciarsi a secchi l’acqua e il rio tracimava sopra la strada.
la spalla della strada franata.
il fango tolto a carriolate.
e il freddo di una giornata perfino troppo calda… ma l’acqua ti entra nelle ossa e te le congela.
in macchina cercando di raggiungere casa l’acqua era più forte.
spingeva indietro tutto quello che trovava. trascinava giù tutto quello che trovava.
Ste cercava di risalire verso casa. Quello qui sotto è il primo pezzo di strada.
La macchina andava indietro accelerando.
Andava indietro frenata.
andava indietro comunque.

(il video è preso da youreporter.it)
e la pioggia non smetteva mai.
le fasce buttavano fuori acqua da ogni parte.
torrenti improvvisati in piena scendevano e si incanalavano dove trovavano la strada.
e anche dove non la trovavano.
le mele dell’albero dietro casa sono arrivate sulla piazza del paese.
Risalire con la macchina nel fiume che ti viene contro, tra pompieri e mezzi anfibi, e trovarle lungo la strada ha un nonsoché di surreale.
Ti sembra forse un po’ di sognare.
E vai avanti anche se hai una paura fottuta ma vuoi arrivare a casa.
Perché in fondo se ti fermi non riparti più.
e poi, mentre ti sembra che tutto non finisca -e non finisce, non finisce mai, non smette mai… – all’improvviso cominci a intravedere la fine.
la fine di quel non vedere nulla dall’acqua che hai intorno.
piove un po’ più piano forse.
forse, davvero.
diminuisce.
smette.
e capisci che quella fine è solo l’inizio.
perché è a quel punto che ognuno di noi credo si metterebbe a piangere.
è un po’ come il rilascio dell’acido lattico dopo uno sforzo immane.
o il mal di testa che ti esplode devastante dopo una tensione vissuta.
perché a quel punto ti senti impotente ancora più di prima.
l’acqua smette.
se ne va.
cala.
rumoreggia sempre meno.
ti prende in giro.
l’immagine dell’acqua che si ritira e
“sfila tra la gente come un innocente che non c’entra niente“
è quanto di più perfetto possa essere scritto.
l’acqua se ne va.
dal cielo non cade più.
nelle strade corre via e la portata si fa momento dopo momento più leggera.
scopre lentamente e dolorosamente tutto quello che ha trascinato, spostato, travolto.
finché all’improvviso – sembra un attimo – sono solo rivoli.
rivoli tra i cumuli di pietre sulle strade.
rivoli nelle distese di fango.
rivoli dalle montagne.
rivoli che escono dalle porte, dai muri.
e rivoli tornano ad essere in poco tempo anche i torrenti, quegli stessi torrenti fino a poco tempo prima così pieni e tumultuosi da terrorizzare.
sembra impossibile.
guardi dov’è ora il torrente e dov’era e non ci credi quasi.
la gente scende.
esce.
cammina.
non respira.
e non c’è nient’altro oltre agli sguardi sbigottiti.
sguardi tutti uguali.
“Ma l’acqua gira e passa e non sa dirmi niente di gente, me, o di quest’ aria bassa,
ottusa e indifferente cammina e corre via lascia una scia e non gliene frega niente...”
ti spio
giovedì, novembre 23rd, 2006 Posted in cronaca, stanze di vita quotidiana | No Comments »stamattina convegno.
non mi interessa, ci devo stare, mi guardo intorno.
c’è un finanziere seduto in una poltrona di una fila deserta; ha tra il mani il suo cappello.
e non sa dove metterlo.
prova a posarlo sulla sedia accanto alla sua, ma i sedili sono di quelli che stanno chiusi e il cappello è troppo leggero..
Prova a spostarlo un po’ più avanti… niente, è troppo leggero.
Io lo guardo e mi fa tenerezza. Sarà che sono stanca.
Prova a posarlo sopra alla sedia chiusa, ma lo spazio è troppo poco, non ci sta.
Cade.
Lo raccoglie e lo tiene un po’ tra le mani. Si perde un po’ lo sguardo.
E mi incuriosisco dei suoi pensieri che non leggo.
Mi distraggo qualche minuto e lo ritrovo poco dopo, sempre lì seduto su quella sedia, col suo blocco e la valigetta sulle gambe.
Ma il cappello appeso al bracciolo della sedia accanto.
E a volte mi chiedo se magari i nostri sguardi sulle cose hanno una qualche forza che impedisce loro di fare un corso naturale.

