_se invece di scorrere mi attorciglio
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Archive for the ‘buio’ Category

Aspettando Godot

venerdì, gennaio 13th, 2012 Posted in buio | 2 Comments »

Sto solo cercando di capire cosa ho sbagliato e continuo a sbagliare.
Perché non può essere tutto casuale questo turbine, precipizio.

Devo pensare.
Pensare se dire, se fare.
E’ il fegato non mi regge più.
E la faccia mia non la reggo io.

Pensare.
Ma poi intanto è sempre così, la sbaglio comunque.
Faccio ordine ma poi un colpo di vento rimescola le carte.
E mi domando se le avevo riordinate davvero.
Perché tutto è uguale a prima.
Sono solo tanto più stanca.

Vaffanculo.
La verità è che sono già arresa.
Ma in fondo chi se ne fotte.

Io non sono fatta per questi giochi di società.
Forse semplicemente sono fatta per giocare da sola.
Correre da sola, parlare da sola, ballare da sola, ridere e piangere da sola.
Io non dormo la notte pensando a come potrei far meglio qualcosa che faccio bene.
Io non dormo la notte pensando a errori che non trovo.
Io non dormo la notte ripensando alle parole ascoltate e a quelle non dette. A cosa vogliono dire e a cosa potrebbero voler dire. A un pezzo di canzone, una strofa, una poesia.
E le parole sono il mio rifugio. Così se mi scivolano dalle mani anche loro non sono più nessuno.
Io non dormo la notte e mi manca l’aria e ho l’asma per quello che non ho più, per quello che perdo, per quello in cui credo e non esiste.
Non dormo e costruisco discorsi, risposte, ansie. Scrivo, cancello, riscrivo. Riassumo le cose da fare. Cerco.
O forse sì, aspetto Godot probabilmente.

Ho i lividi e sono stanca.

Non combatto.
Alle ingiustizie sono assuefatta. Le accetto quasi, ormai.
Ma l’onestà, quella costa.

L’alluvione da qui

lunedì, novembre 7th, 2011 Posted in buio, cronaca | 3 Comments »

Comunque finirà, quando finirà, non dimenticherò questi giorni.
Da una parte la Liguria, la mia Liguria, martoriata e offesa da fango e acqua; dall’altra questa eterna sensazione di impotente attesa, questa tensione continua a scrutare il cielo, ascoltare il rumore della pioggia, misurare l’acqua che cade.
All’improvviso non c’è altra notizia importante, non c’è differenza tra notte e giorno. All’improvviso hai solo paura di quello che vedi, hai paura che la rabbia dell’acqua possa colpire anche qui. E guardare le immagini di Genova, rivedere il fango che sommerge le Cinque Terre e la Val di Vara ti fanno solo sentire immerso in questo vortice di disastro dal quale,  ogni minuto che passa, sembra impossibile uscire.

Ho avuto paura e ho paura.
Punto un’ora e ne faccio la scadenza della mia ansia ma quest’ora continua a sfuggirmi, la fine dell’allerta slitta continuamente e non arriva mai.
E’ un po’ come un incubo dal quale non ci si riesce a svegliare.

Mentre scrivo è notte, diluvia e non smette, tuona e temo che tutto arrivi anche qui questa volta. I bambini dormono di là e per loro è tutta la mia ansia.
La mia casa appesa alla montagna sul mare sta aggrappata alla terra.
E intanto l’acqua cade e scorre.
E ora le ferite di questa Liguria mi bruciano addosso.
L’impotenza è quella cosa che ti fa pulire i canali, liberare i solchi di deflusso per l’acqua, pulire le griglie e i tombini. Quella cosa che ti fa controllare il letto del torrente che ti passa vicino, che ti fa togliere foglie e erba accumulate. E quando hai fatto tutto quello che devi, che puoi fare, ti fermi e aspetti. Perché tanto sai che potrebbe non servire a nulla, potrebbe non bastare se il cielo decide di mandare giù l’acqua che ha mandato a Monterosso o a Brugnato.
In questa terra verticale di ruscelli corti e ripidi contano le frazioni di secondo e le frazioni di secondo non bastano, non danno il tempo neppure di stupirti.

Io questi giorni non li dimenticherò. Per le ferite che la mia terra si porta addosso, per le storie, le tragedie, gli attimi che salvano e che uccidono.
Per le braccia che lavorano giorno e notte, per le immagini che scuotono e che non possono non restarti addosso, per il cielo nero, viola cupo che ho scrutato e scruto senza tregua.
Per la paura. Paura di una pioggia che non si ferma, di un cielo che non si apre, di messaggi di allarme ripetuti ai megafoni.
Aspettare, aspettare, aspettare.
E la voglia, il bisogno inutile di urlare “Basta!”.

L’ora di dirsi addio

mercoledì, agosto 31st, 2011 Posted in buio | 4 Comments »

Benni è nato nelle mie mani, primo di sei fratellini.
Sgusciato fuori dalla Nike che lo guardava perplessa e stranita è scivolato proprio nelle mie mani, sporco e avvolto nella placenta.
La Nike lo guardava e non osava toccarlo. Come non avesse capito cosa stesse succedendo e senza alcun istinto materno per quel cucciolo che tanto assomigliava a un topino.
La veterinaria era al telefono e diceva di tagliare la placenta se la mamma non si fosse messa a leccarlo: così l’ho tagliata delicatamente, con la mano che tremava per la paura di sbagliare e per il timore che fosse già morto perché era immobile come un pupazzo.

Avevo appena inciso la placenta che lui, Benni, ha cominciato a muovere le zampine e il muso, come un frullare d’ali.
“è vivo, è vivo!!!” gridavo.
E come per un richiamo della natura, la Nike ha preso a leccarlo tutto, fino a liberarlo della placenta.
Ed eccolo lì, piccolo che stava in una mia mano, tutta bagnato, due orecchie minuscole e il muso da mucca in miniatura.

Da quel giorno di ottobre sono passati tredici anni.

Potrei scrivere del tuo sguardo d’addio, tranquillo e rassegnato, quasi sereno. Del tuo cuore che rallenta e del tuo respiro che sparisce nel mio abbraccio come un abbandono, quasi fosse un momento quasi dolce, quello.
Delle lacrime potrei scrivere, del vuoto improvviso, del collarino tolto e messo via.
Ma no. Non è questo.

Con le mie mani ti ho preso nel mondo, tra le mie mani ti ho accompagnato nel sonno e ti ho chiuso gli occhi.
E’ buffo come per noi tu sia sempre rimasto un cucciolo, anche ora.

Solo una preghiera, quella che Marco sta portandosi nel cuore: se devi rinascere, torna qui.

…dopo il tuo ultimo sguardo sul mondo
non ti do pietra sul tuo corpo
perché pesante ti sembrerà
cercherò un albero giovane e forte
quello sarà il posto tuo
per ritornare anche dopo la morte
sotto quel cielo che dicon di Dio…

Io lo so che dormirai

lunedì, agosto 29th, 2011 Posted in Canzoni di notte, buio | 2 Comments »

E’ mezzanotte.
La tua poltrona è blu.
Il mondo è pieno di dolore.
Il mio.
E io “dormi” non riesco a dirtelo.
Non ancora.

Il mare d’inverno

lunedì, novembre 29th, 2010 Posted in buio, cronaca | 1 Comment »

Questa è una storia straziante cominciata circa dieci mesi fa.
E’ la storia di una ragazza, una donna dovrei dire.. ma aveva pressapoco la mia età e mi viene da dire ragazza.
Una mattina all’alba è uscita di casa e non è più tornata.
L’abbiamo cercata, abbiamo tappezzato i muri di volantini.
La mamma ha contattato subito la polizia.
Abbiamo subito pensato al peggio, al mare, a lei che si gettava nelle acque gelide. Avrebbe potuto farlo, lo sapevamo.
E abbiamo pensato che il mare avrebbe potuto restituirla, non qui magari ma nelle acque francesi, com’era già capitato con altri casi analoghi. Conosciamo le correnti che da queste coste portano sempre, spesso, laggiù.
Ma passavano i mesi e il silenzio era l’unica notizia. La polizia non aveva nulla mai da dire a una madre disperata.
E quando vince il silenzio, quel silenzio si anima di congetture. Una telefonata mai verificata, segnalazioni che ti appendono a una speranza.
In questa storia c’è una madre che per mesi regolarmente bussa alle porte delle forze dell’ordine e non ha risposte. E quelle che riceve hanno il sapore amaro di chi ha ben altro da fare e cerca in qualche modo di “liberarsi” di una scocciatura.
Mesi, giorni così.
Gli unici davvero vicini, presenti e soprattutto partecipi sono quelli della redazione di chi l’ha visto. Passano la segnalazione, la fotografia, i dati. Chiamano per sapere se ci sono nuovi elementi. Chiedono. Cercano. Ripassano la foto. Pubblicano l’appello sul sito.

E sono passati dieci mesi.
Questa storia ha un epilogo.
Ed è tragico ma non solo. E’ avvilente e fa rabbia.
Una settimana fa la redazione di chi l’ha visto contatta la mamma. La storia è un po’ più articolata ma cerco di farla breve.
La polizia francese ha trovato un corpo su una spiaggia di Saint Tropez.
Una scarpa, un paio di mutandine, una otturazione in un dente, un particolare della scatola cranica… tutto combacia.
E sarebbe un epilogo che avevamo considerato. Se non fosse che il corpo è stato trovato su quella spiaggia durante una mareggiata a marzo.
Sì, marzo scorso.
Due mesi dopo la scomparsa.
Otto mesi fa.
La polizia francese ha raccolto il corpo.
Ha fatto divulgare la notizia agli organi di stampa.
Ha fatto un appello per raccogliere segnalazioni.
Ha aperto un fascicolo e ha dedotto dalle marche degli indumenti che probabilmente si trattava di una donna italiana.
Ha fatto l’esame del DNA, una ricostruzione computerizzata del viso, ha raccolto tutti i dati e i risultati, ha contattato l’Interpol e ha inviato il fascicolo completo alle questure.
Ma nessuna questura ha mai incrociato i dati. Nessuno ha mai chiesto alla madre un esame del DNA. Nessuno forse ha mai aperto davvero quel fascicolo.
A nessuno ha mai mosso il cuore una madre dignitosa e disperata.
Era tutto lì, a portata di mano, forse tutto sullo stesso tavolo, mentre facevamo il giro dei conventi, mentre contattavamo i centri Caritas, mentre una madre si aggrappava a dubbi e domande.

La storia, raccolta adesso, ci dice che a giugno, dopo tre mesi di silenzio, i francesi hanno avuto il cuore di dare a quel corpo una degna sepoltura. E ora riposa in un cimitero francese, in una tomba con una lapide, i fiori, un nome inventato per darle una identità.
Dopo tutto questo silenzio, i francesi però non si sono dati per vinti.. loro no.
E hanno pensato di contattare l’ambasciata italiana.
E l’ambasciata italiana ha detto loro di contattare chi l’ha visto.
Proprio così.
E con quei dati in mano chi l’ha visto ha dato un nome a quel corpo.
Due ragazzi della redazione sono andati da quella madre.
Sono stati con lei e i parenti.
Li hanno accompagnati in Francia.
Li hanno assistiti.
Li hanno aiutati nelle pratiche, accompagnati nei diversi uffici, hanno fatto da interpreti.
Hanno dimostrato umanità, delicatezza e disponibilità davvero grandi.
Così come la polizia francese.
Umanità. Disponibilità totale.
Pietà anche, sì.
Quell’esame del DNA mai fatto qui lo hanno fatto i francesi alla mamma.
Che ora aspetta solo di riportare qui sua figlia, quando i risultati saranno ufficiali, quando si potrà.

Nello strazio di questa tragedia vissuta da vicino resta oltre al dolore la rabbia, tanta rabbia, per quell’unica risposta cercata e non avuta per mesi.
Per la superficialità, il distacco di chi la risposta l’aveva lì, in una busta, in una cartellina.
E non si è sentito smuovere di fronte alla disperazione di una madre.

Resta anche la riconoscenza per chi invece fa il suo mestiere ma lo fa mettendoci tutta l’umanità possibile. E’ così che un mestiere diventa un servizio.
E sono la redazione di chi l’ha visto, la conduttrice che ancora ora, ora che è tutto finito, chiama… e la polizia francese che tutto il possibile ha fatto per dare un nome, una identità a un corpo raccolto dal mare.

Questa è la storia che volevo raccontare.
Io adesso a guardare il mare dall’alto, scendendo da casa mia, penso a lei portata dalla corrente. Penso a lei che si abbandona. Penso all’acqua tutta intorno a lei.
Al mare che la abbracciava mentre noi fuori ci muovevamo nelle strade, attaccavamo volantini, seguivamo supposizioni.

Questo penso.

la nostalgia di assomigliarsi

venerdì, novembre 5th, 2010 Posted in buio, il cielo capovolto | 5 Comments »

mio padre mi manca sempre.
mi manca per mille motivi e angoli di quotidianità.
per i miei figli che non conosce, per l’aiuto che avrei, per le battute stupide, per il suo brontolare, per la partita da vedere insieme, per la sua intolleranza al genere umano che più cresco – invecchio – più ritrovo dentro di me.
per il suo essere sempre contro, per i libri da prestargli, per mia madre.

oggi mi manca perché avrei bisogno di parlargli.
ed è da asma aver bisogno di parlare con qualcuno e non poterlo fare. non poterlo fare in assoluto.
non avere comunque la possibilità di parlargli.
io ho bisogno di sedermi lì e raccontare. farmi dire che sto sbagliando, dove sto sbagliando.
e forse ribattergli che se sbaglio è perché sono così e se sono così è perché me lo ha insegnato lui, ogni giorno della sua vita.
perché il lavoro gliel’ha permeata, la vita.
perché è quello che ho visto ogni giorno che abbiamo vissuto insieme.
perché sono quello che era lui.
perché in fondo in realtà ragiono con la sua testa e vedo quello che vedrebbe lui.
in effetti ora che ci penso è così: lo faccio continuamente.
guarda una persona e “gioco” a immaginare cosa ne avrebbe detto mio padre.
sento un discorso di qualcuno e so quello che avrebbe fatto mio padre. so cosa gli sarebbe piaciuto, chi gli sarebbe piaciuto.
so chi avrebbe cancellato con due parole. e un vaffanculo, anche…

in fondo lo so, mi parla con tutto quello che è stato e gli elementi per rispondere come risponderebbe lui ce li ho.
già.
in effetti probabilmente so cosa mi direbbe.

ma un consiglio, solo un consiglio.
solo un attimo di voce (contro i tuoi regolamenti, lo so…) per un consiglio.

“e come vuoi che vada / come sempre siamo qua…”

che poi, anche questa è una scusa come tante.

Affanno

lunedì, settembre 14th, 2009 Posted in buio | No Comments »

Certo che anche a stare male si fa una fatica non da poco..

così tremendamente lontano…

lunedì, settembre 7th, 2009 Posted in buio | 1 Comment »

Vecchioni è mio padre che canta e scrive canzoni.

Viaggio in treno e lo faccio gridare nelle mie orecchie a coprire ogni altro suono fuori da me.

E piango.

Sì, sarà solo un po’ di nostalgia..

Nuvole di ottimismo

sabato, agosto 22nd, 2009 Posted in buio | 1 Comment »

Marte visibile nel cielo grande quanto la luna. Gira questa notizia sul web. Data prevista il 27 agosto mi pare.
A parte il fatto che si tratta di una bufala grande come una casa, il mio primo pensiero leggendo è stato: “tanto sarà sicuramente nuvolo”.

Ecco, piacere, questa sono io.

ricarica

giovedì, luglio 9th, 2009 Posted in Tamagotchi, buio, topobambino | No Comments »



dopo la broncopolmonite del topobambino un mese fa;
dopo la bronchite del topobambino una manciata di giorni fa;
durante la mia influenza in corso da oggi;
durante l’influenza del tamagotchi in corso da stasera;
tralasciando i picchi invernali e primaverili;

vorrei riuscire a lasciarmi andare ad una bella risata, che mi manca tanto.
senza invece andare a dormire col pensiero asmatico del giorno dopo.