vocabolario
giovedì, settembre 28th, 2006 Posted in Senza categoria | No Comments »mimmi = minni
poppo = pippo
prvliin = paperino
parliamo solo per personaggi disney
e occhi azzurro mare
chi parla?
mercoledì, settembre 27th, 2006 Posted in Senza categoria | No Comments »la dignità è uno straccio per pulire in terra.
qui sul lavoro, la dignità di chi lavora con contratti tipo biglietto dell’autobus viene accarezzata, adulata e poi strappata, usata per ottenere o per difendere se stessi.
e poi ti lasciano lì a rantolare sulla strada.
poverina.
che mondo ingiusto.
poverina.
io ti capisco.
grazie.
ah, ma ho una buona notizia, vai pure a firmare la proroga, hai altri tre mesi di lavoro…
grazie.
per la – ho perso il conto – volta, grazie.
così tanto?
eh, sei anni passano in un attimo
ah, già, a proposito, al prossimo scadere se decidiamo di tenerti ancora ti devi fermare 20 giorni. Sai, questo contratto interinale, hai di nuovo raggiunto il limite di rinnovi possibili, se non ti fermi ti devo assumere.
ah.
Lo faccio per te, almeno poi ti riavvio al lavoro per altri due anni.
Altrimenti saresti a casa.
ah già, scusa, dimenticavo.
grazie.
a proposito, ma sai che a volte mi dimentico con chi sto parlando, chi sto ringraziando?
ma come?
sono io, la tua grande azienda.
100% pubblica.
blues
mercoledì, settembre 27th, 2006 Posted in Senza categoria | No Comments »un uomo cammina per strada.
guarda in terra la punta delle sue scarpe mentre l’aria lucida di umidità gli si appiccica addosso.
è un uomo buono, scontroso, irascibile , onesto, egoista.
ha la giacca abbottonata e punge con lo sguardo.
è morbido.
tiene chiusa, stretta, una mano nella tasca; fa le corna, con l’altra.
vorrebbe fumare ma ha mal di gola e odia fumare con il mal di gola; allora mette in bocca una caramella balsamica. Sa che poi sarà peggio ma ha voglia di fumare.
di piangere, un po’.
di urlare.
e vaffanculo, anche.
oggi sono stanca e mi sento sola.
la rincorsa del mattino
martedì, settembre 26th, 2006 Posted in Senza categoria | No Comments »viaggiavo in treno stamattina, come sempre, mi tenevo caldo con le braccia; orecchie in musica, dormivo.
la gente si alterna nei sedili accanto al mio e neppure mi accorgo di chi passa.
l’orologio che ho dentro mi sveglia la fermata prima della mia; apro gli occhi, ancora vento, ancora grigio.
però vedo la città vedo fuori, quando sono partita il buio avvolgeva tutto.
alla mia fermata scendo, marciapiede, scala, sottopassaggio.
metto una mano in tasca – movimento automatico non calcolato…
dov’è il telefonino?
non è nei pantaloni, non è nella giacca, non è nella borsa…
cazzo! – lo dico, sì.
come un flash penso che ho addosso quei pantaloni larghi, gamba larga, tasche larghe…
lo vedo scivolare sul sedile mentre scivolo nel sonno.
rincorro il sottopassaggio, risalgo correndo come una pazza le scale, spintono la gente che mi avrà odiata – scusate – mi butto sul treno che oramai non scarica né carica più nessuno
- sta per partire, corro, sono raffreddata e non respiro
cerco il posto in cui ero seduta, il treno è stracolmo di gente, mi sembra impossibile, però ci credo.
Ecco, gruppo di quattro sedili, tre persone sedute, il posto vicino al finestrino è vuoto…
la gente è in piedi stretta e il mio telefonino tiene occupato un posto.
Mi allungo, lo afferro, guardo il tizio che gli è seduto accanto, sorrido e gli dico: "Grazie".
E corro giù dal treno.
Grazie poi perchè? Per non avermelo rubato?
vai
lunedì, settembre 25th, 2006 Posted in Senza categoria | No Comments »oggi piove.
oggi il topobambino ha deciso che siccome non può uscire a rotolarsi nell’acqua e a correre con i cani nelle pozzanghere, allora sta seduto in casa e dimostra a tutti che ha imparato ad accendersi la tv.
oggi il topobambino compie un anno e mezzo.
ho aperto la porta finestra e l’ho lasciato andare a correre tra acqua, cani e pozzanghere.
banale sonno
venerdì, settembre 22nd, 2006 Posted in Senza categoria | No Comments »ma cosa c’è nell’aria, gas soporifero?
le palpebre mi crollano, non riesco a tenere gli occhi aperti…
dormire.
voglio dormire.
un concerto e papà e un inizio e dove sei
venerdì, settembre 22nd, 2006 Posted in Senza categoria | No Comments »E’ arrivato il momento di tornare.
come un viaggio, esattamente come un viaggio, siamo partiti tanto tempo fa ad occhi aperti e orecchie curiose, siamo partiti insieme noi quattro che siamo stati sempre un’anima sola, che non so quanti nella vita.
e forse è presunzione o solo orgoglio di quello che ho avuto oppure il vizio di trasformare questa normalità che è solo normalità in qualcosa di unico.
siamo partiti con cassette e chilometri a cantare e basta, con l’allegria di gustare quello che piace; finché cominci a sentire i morsi al cuore e ti accorgi che quello che canti parla di te.
Ed è lo stupore la prima emozione che vivi.
Chiudi gli occhi e non si canta più, si urla eppure non escono suoni dalla bocca.
"poi le nostre sedie
le nostre sedie così vuote
così "persone",
così abbandonate
e il tuo tabacco sparso qua e là"
finisce che vivi anche quello che ancora non hai vissuto.
e fai l’errore di temere quello che non è ancora successo, che forse succederà, che non saprai mai se succederà finché non ti fermerai con violenza contro il muro.
"e avrei voluto dirti, Vincent,
questo mondo non si meritava
un uomo bello come te"
Ecco, è arrivato il momento di tornare.
e con dolore e strazio sapevo che era il momento di tornare.
ho provato a resistere, a lasciare che la musica facesse il suo corso, a chiudere il cuore e puntellarmi alle battute, a prevedere le lacrime come uno scherzo perché non sarebbero state lacrime ma molto di più.
non sarebbe stata commozione ma molto di più.
non sarebbe stata malinconia leggera ma molto di più.
sapevo che sarebbe arrivato il momento di tornare.
come un viaggio, perfettamente circolare, la partenza e il ritorno.
si tratta di trovare la gioia del ritorno. e per adesso è ancora smarrita, un po’.
ogni volta che siamo partiti a divorare spazi gente e mondi abbiamo gustato ogni attimo studiato e improvvisato, ogni sorpresa e ogni aspettativa, abbiamo fissato tutto con le parole, noi anime grafomani da sempre… perché sapevamo, lo sapevamo, che un giorno avremmo potuto farci male con il ricordo dei particolari, delle emozioni, delle cazzate e delle verità.
e lo abbiamo fatto per questo.
per soffire di malinconia.
per la nostalgia.
perché qualcuno avrebbe abbandonato la strada; e sarebbe finito il tempo, quel tempo, il nostro tempo. E non ci sarebbero bastati i ricordi. non ci sarebbero bastate le fotografie.
noi di parole abbiamo bisogno.
E alla fine, seduta su una sedia in fondo al concerto, facendo finta di essere sola, mi accorgo che nessuno ha abbandonato la strada; mi accorgo che sarebbe forse tutto più facile se qualcuno avesse abbandonato la strada.
Se avessi abbandonato la strada, papà.
Invece la strada è sempre quella, siamo sempre lì, solo abbiamo bagagli nuovi e più pesanti e paure e angosce e ricordi e fantasmi.
e parole… parole.
e non c’è passo che facciamo senza portarti dietro. anche se non vuoi, io non lo so se vuoi o non vuoi.
so che forse non avresti avuto voglia di venire a questo concerto, eri cambiato negli ultimi tempi. Oppure no, non per questo; avevamo sospeso il tempo, abbiamo voluto fermarlo, abbiamo smesso di inseguire la voce perché avevamo paura che si rompesse l’incanto dei ricordi, dei nostri respiri di una vita.
Ma so che se fossi venuto questo concerto ti sarebbe piaciuto.
SO tante cose. So che se tu fossi stato qui probabilmente non sarei andata.
Avrei tenuto fermo il nostro tempo. Avrei continuato a tenere fermo il nostro tempo, sospeso in un viaggio in corso.
Invece è il momento di tornare.
forse è il momento di farsi più male. Questo vuol dire.
Sedersi nel buio ad ascoltare quello che conosco ma che ascolto per la prima volta, con la voce vera, viva che mi sbatte sul cuore tutto quello che sono e tutta l’aria che mi manca.
e cazzo, tu lo sai.
pensa pa’, parla perfino della mia seicento…
e aspettare con paura e desiderio ogni stilettata.
e leggere nelle parole anche quello che non vogliono dire
"Quando passo di notte
per vedere se siete ancora tutti lì
e mi pare impossibile di potervi amare più di così
quando ripasso a memoria uno per uno
i momenti che vi baciai
e mi chiedo più di tutto questo amore
come posso amarvi mai… "
come quando sei andato via e sei passato come un soffio a muovere la lampada e la lupa ha passato la notte in piedi, in un vagare inquieto ad annusare la notte verso il buio delle fasce.
Fottutissimi sogni, pericolose illusioni.
Siamo tornati pa’, hai visto?
saresti orgoglioso di noi. con tutta la fatica e il dolore siamo andati a farci sbattere la faccia sulla tua viola d’inverno.
e su tutto il resto.
e io non credo che tu fossi lì. non credo a questi movimenti d’anima da consolazione che non consolano.
credo solo che tu sia dove ti porto io.
questo credo.
credo che tu sia pensiero adesso, qualunque cosa tu sia, in qualunque modo tu viva adesso il mio pensiero è il soffio della tua vita.
"ho paura della fine non ho più voglia di un inizio"
e finchè avrò aria e asma e il cuore a puttane e muri su cui sbattere e voci ed errori e paure, finché avrò parole da dire e cercare, finché avrò fame di dolore e di brividi, finché avrò qualcuno da costringere ad ascoltarmi…
finché avrò pensieri
tu ci sarai.
"Se chiudo gli occhi, dentro gli occhi
sei di nuovo quello vero,
quando ti credevo, quando sorridevo ;
ascoltami, guardami, sta’ fermo
è ancora vivo questo amore,
tutto questo amore, tutto il nostro amore
e tu lontano non ci vai
a morire come una puttana,
prima del mio cuore,
al posto del mio cuore:
non mi lasciare solo in questa
notte che non vedo il cielo"
siamo tornati papà.
bolero
mercoledì, settembre 20th, 2006 Posted in Senza categoria | No Comments »mia cugina ha partorito un bimbo. Il terzo.
ho sognato che avevo due gemelli, uno bello e uno brutto.
quando è nato il topobambino non l’ho amato da subito. quello che vivevo all’inizio – l’ho capito più tardi – era quasi un senso del dovere, non l’amore. Forse è proprio questo, quello che si chiama istinto materno; spesso lo si confonde con l’amore totale per il proprio figlio ma non è così.
L’istinto materno è qualcosa che nasce slegato dall’amore; diventi madre e dentro di te vivi per proteggere.
Lo devi fare e non ci sono discussioni. Depressioni a volte, ma non discussioni.
quando è nato il topobambino lo guardavo stranita e spaventata, protettiva e piccola; e così è stato per un tempo indefinito, scandito dal susseguirsi di appuntamenti precisi, il latte, la nanna, il bagnetto, il cambio, il latte, la nanna…
…sono i mesi del vento
l’uomo che sogna
l’asino che vola
e tutto il resto che va…
…e il tempo tutto che va…
niente colpo di fulmine.
una buona dose di istinto materno e tanto pensare.
lo prendo in braccio e lo respiro e ha un buon odore… lo poso e lo guardo ed è bello.
l’istinto materno a un certo punto ti prende per mano o ti dà quattro schiaffi, non so.
L’amore per il topobambino è come il Bolero di Ravel: un crescendo costante, incredibilmente costante, allo stesso tempo regolare e musicale, melodico ed esplosivo.
Parti dal lieve suono quasi di sottofondo – l’amore dentro di te, riga sottile di matita – e ti trovi senza quasi accorgertene travolto dal tumulto, inseguirsi di suoni come un’onda dietro l’altra.
E cresce anche quando ti sembra al limite.
Quando ti sembra impossibile…
…e invece non finisce mai
si fa più piccolo che può
e ti sta dentro e cresce sai
com’è possibile non so…
Questa è la grandiosità del topobambino; si fa amare di un amore che muove come un Bolero senza fine
e cresce con lui.
si vive…
martedì, settembre 19th, 2006 Posted in Senza categoria | No Comments »Di questo si vive
e di tant’altro ancora
che inseguiamo come i cani
respirando dal naso
per finire invece
ancora sorridenti, ancora abbaianti
di un dolore a caso.
(ivano fossati, discanto)
acqua
lunedì, settembre 18th, 2006 Posted in Senza categoria | No Comments »La pioggia genera pioggia, cade e si rincorre.
era notte venerdì e scendeva rapida lungo i fossi, aggirava la casa
tumultuosa, incessante, dal cielo e dai muri.
acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte…
inzuppava le fasce che a camminarci ci sprofondavi
laghi e torrenti in piena, getti che escono dal muro dietro casa
e non smette e non passa
nu l’è l’aaegua de ‘na rammâ
ecco la terra che non ha più controllo, come sfuggisse a se stessa, mentre l’acqua scompare nei tagli tra l’erba e risbuca più sotto, sembra un gioco di talpe mentre l’acqua spinge altra acqua e l’acqua che cade frenetica e costante spinge l’acqua che spinge altra acqua
e la terra si abbandona
si stacca
scivola, come una valanga, come un piano di sabbia
scivola che sembra compatta, scivola lenta che sembra immobile e veloce che pare non fermarsi
fino agli ulivi fradici e scossi
e si ferma.
affacciata alla finestra nella irreale tempesta di vento e pioggia e buio della notte vedo mia madre nella strada sfidare la natura, in un impermeabile giallo e verde.
mi sembra piccola e mi fa paura il suo inutile camminare con una torcia accesa a cercare di vedere cosa l’acqua sta portando via.
E’ tutto solo buio e vento e la sua luce e il suo impermeabile
l’acqua e lei.
Cosa mi porti via, ancora? Cosa mi porti via?
La chiamo, la chiamo più forte finché mi sente
le dico "a cosa serve adesso? torna su, a cosa serve stare lì?"
Poi penso che forse non serve a niente
o forse sono io che non so capire…
…l’ acqua gira e passa e non sa dirmi niente…

